CUB RAIL DODICI ANNI DI STAMPA FERROVIARIA CONTROCORRENTE

Nel febbraio del 2010 usciva il primo numero di «Cub Rail», giornale autogestito dei ferrovieri diffuso sulla rete nazionale: un’esigenza di fare controinformazione dal basso in opposizione inconciliabile col sindacalismo concertativo, inversamente proporzionale alle risorse umane ed economiche in nostro possesso. A quella data nessuno, per nessun motivo, avrebbe scommesso sulla durata dell’iniziativa: “un giornale? Proprio ora che i giornali chiudono, che nessuno ha più voglia di leggere, ormai stordito da tablet e telefonini?”. Sono passati 11 anni contraddistinti dalla più becera passività sociale e non solo il giornale continua ad uscire, ma lo fa con periodicità bimestrale regolare. Tant’è che, a scanso di equivoci, abbiamo integrato il titolo con l’aggettivo “Wobbly”, giusto per chiarire le nostre origini oltre al fatto che regolari non siamo. Dalla media di 24 pagine per ogni numero delle origini siamo arrivati alle 48 attuali, nell’ultimo anno salite ulteriormente a 52. Caso assolutamente unico, considerato che di riviste autogestite oggi ne circolano ormai solo due, e l’altra, che si rivolge ai macchinisti, arriva a 16 pagine.  Chi ha un po’ di anni sulle spalle e ha vissuto la stagione di lotte di mezzo secolo fa (tutti ormai pensionati tranne qualche rarissimo testimone che ancora – per poco – è alla guida dei treni e nelle ore di riposo impagina il giornale) può permettersi di fare un paragone impietoso: a partire dalla metà degli anni Settanta per oltre un decennio, di giornali autogestiti dei ferrovieri ve n’erano almeno 25! La sfida, quando oltre 11 anni fa abbiamo composto il primo numero, stava proprio in questi termini: ci domandavamo, infatti, se saremmo stati all’altezza di riprendere un filo interrotto in una fase tra le peggiori di sempre. Vinta.

Attorno al giornale, che attualmente viaggia stabilmente a 300 (che non sta per km/h ma per abbonati fissi regolari), si radunano più generazioni che vanno da quella dei “vecchi” macchinisti a quella dei giovanissimi ferrovieri.

I vecchi provengono dall’esperienza del CoMU – i Cobas dei macchinisti del 1987, hanno fatto tutto il percorso contraddistinto da lotte conflittuali molto intense culminate con la capitolazione (leggi: istituzionalizzazione) del 2000; i giovanissimi sono entrati nel mondo del lavoro totalmente digiuni di cosa sia la lotta di classe: armati di ogni tecnologia possibile si sono visti mettere sotto il naso dagli attivisti un giornale cartaceo dove almeno un articolo parla del primo Novecento; sarà stata la curiosità, sarà stato l’istinto di classe, sta di fatto che si sono abbonati… in mezzo ai due estremi c’è il “cuore” del giornale, l’agguerrito collettivo redazionale toscano.   

L’esigenza di dare alle stampe «Cub Rail» nasce con il colpo mortale inflitto alla categoria nell’estate del 2009, quando cinque organizzazioni sindacali concertative sottoscrivono un accordo per il passaggio del modulo di condotta della gran parte dei treni da due ad un macchinista. Di fronte ad un gravissimo attacco senza precedenti come quello, diviene inevitabile rompere con qualsiasi atteggiamento rinunciatario e ripartire dalle infime residue forze resistenti per un’azione di controinformazione, analisi, denuncia.

Inizialmente circoscritto al Nord Ovest, il giornale si estende sul resto del territorio nazionale secondo uno schema prestabilito. Non avendo risorse per la spedizione – ancora oggi non saremmo in grado di spedirlo a tutti gli abbonati –   va consegnato il più possibile a mano; i giornali prendono posto su locomotori e scompartimenti, gli abbonati diventano corrieri (non pagati), la controinformazione viaggia di giorno e sui treni notturni arrivando dappertutto. Nel frattempo aumentano pagine, abbonati, tiratura. Pian piano riusciamo ad uscire dal “guscio”, stretti come siamo dalla nostra “composizione sociale” milanese (tutti macchinisti concentrati in un paio di impianti), dalla presenza di un’altra testata di macchinisti che si dichiara in continuità con l’«In Marcia!» fondata nel 1908 dall’anarchico pisano Augusto Castrucci («Ancora in Marcia!»); inoltre, il fatto di avere nella nostra testata il nome di un’organizzazione sindacale, seppur di base, ci rende claudicanti, da sempre gli “estremisti” vengono guardati dai più con diffidenza. Numero dopo numero ci si allarga a tutto campo, dall’analisi della ristrutturazione ferroviaria in Italia e in Europa agli articoli tecnici, da un’attenta cronologia di quanto avviene sui binari all’appuntamento fisso con la storia. Il vero salto di qualità avviene con la formazione di un secondo gruppo redazionale in Toscana, oggi composto da capitreno fiorentini e da un macchinista livornese. La redazione è un collettivo, si marcia, ci si confronta e si decide tutti assieme.

Gli articoli diventano più “politici” e di ampio respiro. Vengono costruiti contatti stretti con ferrovieri francesi, svizzeri, messicani, statunitensi e di altre parti del mondo. E così grazie a «Cub Rail» sono state documentate esperienze e lotte lontane, una su tutte quella dei macchinisti statunitensi contro la riduzione degli equipaggi sui lunghissimi treni merci che attraversano gli States. Trovano spazio anche i mondi “altri” del proletariato spesso diversissimi dal nostro che lottano per la dignità e il riscatto, dagli aeroportuali ai braccianti schiavizzati nelle campagne alle addette alle pulizie sfruttate negli hotel di lusso degli sceicchi. Purtroppo largo spazio è dedicato agli incidenti, numerosissimi e quasi sempre riconducibili ai tagli operati su manutenzione e uomini ed al peggioramento degli orari di lavoro che produce stanchezza; non di rado il tutto è frutto del processo di liberalizzazione e degli accordi con i sindacati collaborativi, degni compari dei confederali concertativi di casa nostra. La sicurezza è un tema centrale del giornale: inchieste, approfondimenti, analisi che costituiscono un archivio notevole.

Abbiamo promosso iniziative pubbliche con presentazione di libri e corti, e reso fisse rubriche fatte con grande professionalità (due pagine di musica rock, recensioni di libri, le pungenti vignette del Marchio, il tutto meriterebbe platee ben più ampie). Non manca un inserto satirico (il Cubetto…) dove ognuno spera di non finire perché ne uscirebbe a pezzi, spesso appaiono ritratti assai somiglianti al vero cui viene fatto dire di tutto… è l’autoironia, che non guasta mai neanche nei periodi più bui. Per non parlare della rubrica “La nostra bandiera nel mondo” ormai sfuggita di mano, con la bandiera rossa e nera del giornale che gli abbonati portano con sé facendola sventolare nei punti più improbabili dei cinque continenti, ghiacciai e stati dittatoriali compresi.

La quota di abbonamento per gli iscritti Cub e gli iscritti alla Cassa di Solidarietà Nazionale (una Cassa di Resistenza autogestita che interviene a sostegno dei ferrovieri colpiti dalla repressione aziendale) è poco più che simbolica, dunque abbiamo inondato la piazza di gadget (cappelli invernali, magneti, magliette, adesivi…).

Al giornale si è affiancata, con un’uscita all’anno, la serie dei quaderni storici: dopo la grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi del 1877 e lo sciopero Pullman del 1898, abbiamo celebrato il 100° anniversario del grande sciopero delle ferrovie italiane (gennaio 1920) con la riproduzione anastatica del giornale di allora. Altri sono in preparazione.

Se la nostra storia vi ha incuriositi non vi resta che visitare questo nostro sito: http://cubferrovie.altervista.org/

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